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Entanglement

La meccanica quantistica rappresenta un capitolo misterioso della fisica per le sue stranezze che violano il senso comune. Ma queste affermazioni contro-intuitive rappresentano le fondamenta della più importante teoria fisica moderna ormai accettate in quanto in grado di descrivere parte dei risultati sperimentali finora disponibili.
Un ostacolo per la teoria quantistica era costituito dall’ Entanglement, letteralmente “intreccio”, introdotto da Erwin Schrödinger in quanto è incompatibile con il principio realistico della località, per il quale il passaggio di informazione tra diversi elementi di un sistema può avvenire soltanto tramite interazioni causali successive, che agiscano spazialmente dall’inizio alla fine, mentre l’entaglement è un fenomeno “non locale” e costituisce un punto fondamentale nello sviluppo del nuovo paradigma terapeutico.
Uno dei concetti base della fisica classica che viene insegnata è quello di località, ovvero ciò che accade in un determinato luogo dello spazio non può avere influenza in un altro luogo dello spazio, a meno che non ci sia un intervento diretto o un segnale trasmesso da un luogo all’altro. Pensiamo ad una cuoca che decida di fare la pasta mescolando farina ed acqua, le sue mani dovranno avere una interazione con la farina e l’acqua e questo può avvenire solo se le mani toccano l’impasto, oppure può usare uno strumento che fa da tramite, come un impastatore. Quindi, per il concetto di località, si può stringere la mano ad una persona solo se gli si è abbastanza vicini o se si è in grado di mettere in moto meccanismi che passo dopo passo congiungano le mani. Insomma non ci può essere nessun effetto a distanza.
Per la fisica quantistica invece si verifica qualche cosa di completamente diverso dal principio di località, un “effetto non locale” a cui è stato dato il nome di entanglement e che possiamo esporre in questo modo.
Si è riscontrato che delle particelle generate dallo stesso processo o rimaste in interazione reciproca per un certo periodo di tempo, rimangono in qualche modo legate, nel senso che quello che accade a una di esse si ripercuote immediatamente anche sull’altra, senza la necessità di una interazione, indipendentemente dalla distanza che le separa.
Cioè, se si inverte il moto di rotazione di una delle due, anche la particella (sorella) invertirà il suo moto e questo avviene anche se si trovassero a migliaia di chilometri, è come se tra le due ci fosse un legame che va al di là dello spazio che le separa. Il fenomeno dell’Entanglement, “intreccio-non-separabile” è un fenomeno quantistico in cui lo stato quantico di due oggetti risulta strettamente dipendente l’uno dall’altro, anche se questi oggetti sono separati spazialmente.
L’esempio classico usato per descrivere questo fenomeno è un sistema costituito da due particelle, tipicamente due elettroni, appartenenti allo strato più esterno di un atomo che hanno la caratteristica di mantenere sempre i loro spin in direzione opposta. Si osserva che una stessa zona attorno al nucleo di un atomo può contenere al massimo due elettroni e che, per di più, le due particelle si devono muovere in modo perfettamente complementare per poter condividere quella zona. Questa complementarietà è indicata da quello che viene chiamato con il termine inglese “Spin” potremmo immaginarlo come il movimento di rotazione di una trottola, la quale può girare in un senso (spin-destro) e nel senso opposto (spin-sinistro). Questi due elettroni non potrebbero condividere la stessa zona di influenza rispetto al nucleo se non rimanessero in spin con direzioni opposte.
In sintesi, il concetto di entanglement è basato sull’assunzione che gli stati quantistici di due particelle microscopiche A e B, inizialmente interagenti, risultano legate in modo che, anche quando le due particelle vengono poste a grande distanza l’una dall’altra, 10 centimetri o anni luce, la modifica che dovesse avvenire allo stato quantistico della particella A istantaneamente avrebbe un effetto misurabile sullo stato quantistico della particella B, determinando in tal modo il fenomeno della cosiddetta “azione fantasma a distanza”. Quindi se allontano le due particelle e ad una delle due inverto lo spin, immediatamente, cioè senza spazio di tempo, l’altra particella cambierà la direzione del suo spin.
L’entanglement fu etichettato da Einstein come “una sinistra azione a distanza” e considerò tutta la teoria quantistica “incompleta” in quanto portava a fenomeni di non località e questa non località era al di fuori della realtà. Ed infatti nel 1935 Einstein, Boris Podolsky e Nathan Rosen, formularono il celebre “paradosso EPR” (dalle iniziali dei tre scienziati), che metteva in evidenza, appunto come paradossale, il fenomeno dell’entanglement perché gli autori erano convinti dell’impossibilità logica della fisica quantistica.
In questo paradosso venivano considerati tre concetti: il principio di realtà, il principio di località e la completezza della meccanica quantistica. Perché il paradosso venisse risolto era necessario che cadesse una delle tre ipotesi, ma considerando le prime due, realtà e località, sicuramente vere in quanto evidenti, gli autori giunsero alla conclusione che era la meccanica quantistica ad essere incompleta.
Ampliando l’esperimento mentale del paradosso di Einstein-Podolsky-Rosen, anche Bell nel 1964 ha cercato di dimostrare che il realismo locale impone alcune restrizioni ai parametri di particelle in entanglement previsti dalla meccanica quantistica.
Anche per Bell l’azione a distanza prevista dalla meccanica quantistica non è reale per cui la fisica quantistica ha bisogno di modifiche, per cui devono esistere variabili nascoste che integrino le carenze di questa fisica.
Una teoria a variabili nascoste che permetta di mantenere coerente la meccanica quantistica deve possedere caratteristiche non-locali. E così, sulla scia dell’idea dell’onda pilota di De Broglie, il fisico e filosofo David Bohm diede l’interpretazione meglio formulata della teoria a variabili nascoste. Tale visione riesce a mantenere coerente la meccanica quantistica alla non-località, permettendo l’esistenza di relazioni tra entità fisiche separate istantanee quindi più veloci della luce.
Bohm dà un significato reale alla fisica quantistica attraverso il potenziale quantico, l’energia sottile, che è la sua variabile nascosta che esclude il concetto di località e giunge alla conclusione che tutto l’universo “è Uno” ed è sorprendente come dopo millenni di storia dell’uomo e della scienza, quest’ultima torna a valorizzare quanto già intuito dalle più antiche culture.
Afferma che è l’energia sottile, che “unisce e connette tutte le particelle dell’universo”, a dare significato al fenomeno dell’entanglement. Vedete come questa energia sottile ritorna sempre e, anche se non è qualificata e quantificata, si rilevano costantemente tracce della sua presenza.
Negli ultimi anni, dopo un lungo periodo di discussioni teoriche, molti dati sperimentali hanno confermato senza ombra di dubbio la “non- località dei fenomeni” come reale, quindi ora la descrizione della realtà deve comprendere la non località.
All’inizio degli anni ’80 Alain Aspect e altri hanno svolto una serie di esperimenti particolarmente accurati che hanno provato che le correlazioni misurate seguono le previsioni della meccanica quantistica.
Successivamente (1998) Zeilinger e altri hanno migliorato tali esperimenti confermando risultati in accordo con le previsioni teoriche.
Il 2 dicembre 2011 vengono correlati due diamanti di un millimetro posti alla distanza di 15 cm a temperatura ambiente.
Il 27 settembre 2014 un gruppo di fisici annuncia di aver creato un singoletto di spin con almeno 500 000 atomi di rubidio raffreddati ad una temperatura di 20 milionesimi di kelvin utilizzando la correlazione quantistica.
A giugno 2017, un gruppo di ricercatori cinesi ha pubblicato i risultati di una ricerca concernente una comunicazione in entanglement a lunga distanza, utilizzando una rete di satelliti: i ricercatori hanno lanciato in orbita il satellite Micius su cui sono stati prodotti fotoni in entanglement ed ha successivamente comunicato con altre stazioni a terra ad una distanza di 1200 km.
Le prove sperimentali di entaglement non si sono limitate solo alla fisica, ma hanno coinvolto anche il mondo biologico con l’esperimento che comprova l’azione non locale attraverso il collegamento tra emozioni e DNA dopo una separazione.
In una ricerca pubblicata sul periodico Advances nel 1993, l’esercito americano riferisce di aver condotto esperimenti per stabilire con precisione il collegamento emozione/DNA dopo una separazione.
I ricercatori hanno preso un tampone contenente cellule e DNA dalla bocca di un volontario, lo hanno messo in un ambiente predisposto e hanno fatto delle misurazioni elettriche sul DNA ottenuto per vedere se rispondeva alle emozioni del donatore che si trovava in un’altra stanza; al volontario venivano mostrati video che provocavano emozioni forti e mentre queste si manifestavano si misuravano le risposte del suo DNA nell’altra stanza. Quando le emozioni del soggetto toccavano picchi emotivi le cellule e il suo DNA, posto lontano, producevano nello stesso momento una forte risposta elettrica. Gli esperimenti portarono agli stessi risultati anche quando le cellule e il soggetto furono separati da una distanza di 560 chilometri. Inoltre i tempi intercorrenti tra la risposta emotiva del soggetto e le sue cellule furono analizzati per mezzo di un orologio atomico situato in Colorado (con margine di errore di un secondo nell’arco di un milione di anni) e l’intervallo risultò pari a zero. L’effetto era simultaneo! Il DNA reagiva come se fosse ancora unito al corpo del donatore.
Questo esperimento dimostra che ogni cellula è parte dell’ologramma e contiene l’informazione dell’intero organismo e che in un ologramma qualsiasi cambiamento fatto in ciascuno dei suoi frammenti si riflette ovunque attraverso l’intero schema, confermando così l’effetto non locale.
Anche Sergio Stagnaro e Paolo Manzelli nell’esperimento di “Lori” hanno dimostrato che tutte le componenti subatomiche, e quindi atomiche e molecolari strutturate a formare una cellula, sono correlate tra loro e con tutte le altre componenti di identica derivazione embriologica.
L’esperimento ha mostrato che la pressione digitale applicata sopra ad una parotide oppure ad una ghiandola salivare sottolinguale di una sorella gemella “monovulare”, simultaneamente provoca l’attivazione micro-circolatoria del pancreas dell’altra sorella gemella, indipendentemente dalla distanza che le separa: metri o chilometri. Una delle due gemelle si trovava infatti a Pavia e l’altra a Riva Trigoso.
La meccanica quantistica elimina il concetto di limite di velocità, quello della luce, integrando il concetto olografico dell’universo e dell’energia sottile di Bohm.
In questi due esperimenti biologici abbiamo visto come le cellule della mucosa del soldato vengano immediatamente influenzate dall’organismo dello sperimentatore e come gli organismi delle due gemelle si influenzino a vicenda.
Cioè due sistemi biologici in stretta relazione con un valore di entropia identico o simile, dopo separazione, manifestano effetti a distanza.
Perché l’azione terapeutica del nuovo paradigma si possa manifestare bisogna che sistema e sottosistema siano stati precedentemente in interazione reciproca altrimenti non ci può essere alcuna azione a distanza e che il quantitativo di energia informativa abbia valori diversi tra sistema e sotto-sistema, cioè deve essere maggiore nel sottosistema in modo che possa fruire da questi all’organismo che ne è proporzionalmente in carenza.
Infatti il sottosistema costituito da pochi ml di sangue, arricchito di staminali, con entropia diminuita, aumento di sintropia e potenziato di energia assoluta attraverso ossigeno, ha un valore di energia informativa (potenziale quantico) superiore all’organismo. Così l’informazione si indirizza dal sottosistema all’organismo, e non viceversa, producendo un miglioramento clinico per riduzione di entropia e un effetto riduttivo/contenitivo del processo di invecchiamento.
Naturalmente nella fisica quantistica gli effetti non si limitano ad “effetti non-locali”, ma esistono anche “effetti locali”, nel senso che un sottosistema ricco di energia elettromagnetica, energia gravitazionale, energia chimica ed energia assoluta, inoculato in un organismo ricevente, agisce localmente influenzandolo.
Conseguenza logica di ciò che affermiamo è l’inadeguatezza e le reazioni avverse correlate alla somministrazione di un sottosistema allogenico, cioè proveniente da un altro organismo.
È ovvio che un sottosistema allogenico non può manifestare entaglement con l’organismo con cui viene messo in contatto perché non c’è stata precedente interazione con questi, quindi non c’è condivisione di energia informativa che serve a portare a termine un disegno comune. Il sottosistema allogenico avrà però energia assoluta che è la risultante dei vari campi energetici, ma la sua energia informativa che proviene da un altro organismo, ha fini diversi, non coerenti con quelli del ricevente.
Questo comporta che un individuo giovane in stato di buona salute con fini ben delineati può ottenere beneficio dall’energia generica di un sottosistema allogenico e limiterà gli effetti negativi di informazioni discordanti. Se invece un organismo è malato l’energia assoluta di un sottosistema allogenico può spingere sull’acceleratore e iperattivare un processo patologico senza modificarne l’indirizzo. Anzi, e questo punto è fondamentale, nel sottosistema allogenico è presente l’energia informativa di un altro organismo che si pone in contrasto con quella del ricevente creando un conflitto nella finalizzazione, che metterà in crisi il sistema immunitario del ricevente.
Il concetto tradizionale di reazione ad un trapianto di staminali allogeniche prende il nome di Malattia del trapianto contro l’ospite (in inglese Graft versus Host Disease, da cui la sigla GvHD) ed è una complicanza medica che segue la ricezione del tessuto trapiantato da una persona geneticamente diversa. La GvHD è comunemente associato al trapianto di midollo osseo e quindi di cellule staminali, ma il termine si applica anche ad altre forme di innesto tissutale. Le cellule immunitarie nel tessuto donato (l’innesto) riconoscono il destinatario (l’ospite ricevente) come estraneo (nonself). Le cellule immunitarie trapiantate attaccano quindi le cellule del corpo dell’ospite.
Il rigetto al trapianto avviene quando l’ospite rifiuta l’innesto, la GvHD si verifica quando l’innesto rifiuta l’ospite.
Per la nuova visione, tratta dalla fisica moderna, la GvHD non avviene perché l’innesto rifiuta l’ospite o viceversa, ma perché si crea un conflitto nei fini da raggiugere per contrapposizione di campi informazionali diversi e chi ne fa le spese è il sistema immunitario che è l’arma che usa l’organismo ricevente per difendersi, creando una strategia caotica indirizzata verso self e non self.
Questa teoria spiega perché clinicamente la Graft-versus-Host-Disease ha evoluzione clinica differente e in tempi in assoluto lunghi, ma anche diversi, infatti si divide nelle forme acuta e cronica:

La forma acuta o fulminante della malattia si osserva nei primi 100 giorni dalla data del trapianto, per cui, a dispetto del nome, non è immediata. Si manifesta con morte delle cellule epiteliali di cute, fegato e tratto gastrointestinale con sintomi correlati come diarrea, emorragia, ittero ed eruzioni cutanee. Se la morte cellulare è molto estesa, questa GvHD può essere mortale per il paziente trapiantato.
La forma cronica invece decorre dopo i 100 giorni ed è caratterizzata da fibrosi e atrofia degli stessi organi colpiti dalla GvHD acuta, senza evidente morte cellulare acuta. Può inoltre coinvolgere i polmoni causando obliterazione delle vie aree e può essere fatale se non curata. Si ipotizza che la GvHD cronica sia la risposta fibrotica dell’organismo che tenta di arginare i danni causati dalla GvHD acuta, ma potrebbe anche rappresentare una risposta all’ischemia causata da danni vascolari.
La GvHD, considerata come conflitto di informazione, sarà più evidente in un organismo più evoluto nella scala zoologica dove l’informazione è maggiore. Infatti la reazione immunitaria sarà meno evidente nel cavallo e nel cane rispetto all’organismo umano che include coscienza ed intelligenza nella sua informazione olografica. Ma alterazioni immunitarie gravi in seguito all’introduzione di sotto-sistemi allogenici si sono notate anche nel cavallo e più ancora nel cane.
In questo contesto torna di nuovo utile l’esempio della cocaina che dà un aumento energetico dell’organismo disorganizzato e non fisiologico (cellule staminali allogeniche) e l’aria, la luce e l’acqua di buona qualità che lo energizzano fisiologicamente rispettando il fine ultimo della salute (staminali autologhe).
Il totale cambiamento di paradigma terapeutico che apre le porte alla vera medicina del futuro, può essere addirittura rappresentato così nella sua sintesi ultima. Per l’effetto biofisico non locale è possibile ipotizzare che la semplice preparazione e giacenza a distanza, senza inoculazione, del sottosistema autologo mantenuto così per 24 ore dopo la fine della deprogrammazione delle cellule della linea bianca in staminali, potrebbe essere sufficiente ad instaurare un miglioramento nell’organismo in entaglement.
L’ossigeno-ozono viene usata come terapia adiuvante al nuovo paradigma per cui è doveroso fare su di essa una puntualizzazione.
L’inoculazione dell’ossigeno ozono è migliore se l’ozono viene messo a contatto con il sangue del ricevente: aumento di energia assoluta e potenziamento dell’energia informativa del sottosistema (che però possiede staminali pluripotenti in numero non significativo e quindi senza diminuzione di entropia). L’introduzione di ozono senza essere veicolato da un sottosistema è meno efficace perché apporta solo energia assoluta senza coinvolgere l’energia informativa.

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